Lazio, Signori: ” A Roma ero un re ma ecco perchè andai via”

E segna sempre lui, si chiama Beppe Signori, questo il coro cantato ogni domenica da migliaia di tifosi della Lazio ogni volta che il numero 11 biancoceleste realizzava un gol indossando la maglia con l’aquila sul petto e di gol Giuseppe Signori da Bergamo, con quella maglia, ne fece più 100! Ha passato gli ultimi anni ad uscire pulito da una storia più grande di lui che ne avevano intaccato l’immagine, ora che è tutto finito e pulito ne è uscito davvero, è tornato a raccontarne le ansie e le paure di quegli anni terribili ma anche a ricordare quando quel ciuffo biondo ogni domenica faceva impazzire i difensori avversari e contemporaneamente i suoi tifosi, quelli che lo avevano incoronato Re: “Sicuramente gli ultimi dieci anni sono stati duri da superare, ma non mi sono mai arreso, volevo cercare la verità fino in fondo e quindi la cosa che mi premeva di più era quella di non finire un processo perché andasse in prescrizione. Col mio avvocato abbiamo continuato in questo percorso e poi è arrivata un’assoluzione piena che in qualche modo mi restituisce qualcosa”. La Lazio e i suoi tifosi sono rimasti nel suo cuore: Non scordo che i tifosi scesero in piazza per me: non sarei mai andato via, fosse stato per me sarei rimasto a vita. Poi arrivò quel problema con mister Eriksson. Era venuto meno il rispetto nei mei confronti. La decisione di andare via la presi dopo una partita di Coppa Uefa, Rapid Vienna-Lazio. Mi scaldai per un tempo intero ma non scesi in campo. Era venuto meno il rispetto verso il Signori giocatore. Da grande cosa voglio fare? Nel 2010 ho conseguito il patentino Uefa Pro perché la mia intenzione era quella di allenare. Mi piacerebbe allenare i bambini, i ragazzi, per farli crescere”. Dopo la Lazio la rinascita al Bologna di un altro grande campione: “Mi consultai con Baggio, che mi consigliò di andare al Bologna. Ci siamo tolti grandi soddisfazioni. Siamo arrivati in semifinale di Coppa Uefa e di Coppa Italia. Per una piazza come Bologna quasi un miracolo. Poi sono rimasto a vivere a Bologna perché i miei figli si trovavano bene, ma non disdegno di fare qualche salto a Roma ogni tanto. Gli allenatori di oggi in A? Ognuno ha una propria identità. I soliti noti, da Sarri a Spalletti e Pioli o Inzaghi, si conoscono per come lavorano. Stanno facendo un grandissimo lavoro Italiano a Firenze e Dionisi a Sassuolo. Il nuovo Zeman? Uno così spregiudicato non l’ho ancora visto”.

Mauro Simoncelli

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