ESCLUSIVA – A tu per tu con Alessandro Tonno: “La Carrà? Una delle nostre icone culturali. La politica? Io l’ho subita”

Roma – Dalla nascita degli irriducibili alle nuove norme anti covid-19. Un viaggio nel mondo “Ultras” con uno dei personaggi più rappresentativi della tifoseria laziale. Alessandro Tonno ci svela come è cambiato il tifo in Italia, in particolare a Roma sponda biancoceleste. 

Raffaella Carrà è stata sempre in qualche maniera legata alla tifoseria laziale, dal coro per Signori sulle note di “Rumore” al tormentone attuale di “Pedro”, come nascono questi cori e questo “rapporto” della curva nord con la Carrà? 

“I ragazzi della mia età sono cresciuti con la Carrà. Lei, nel mondo dello spettacolo, rappresentava un personaggio diverso dagli altri, esportava una italianità in modo differente da tutti gli altri, meno “maccheronica”, senza stereotipi. Lei e la sua musica hanno ispirato molti cori della curva. Andando indietro nel tempo, un gruppo musicale che ha fornito molte basi alle curve di Lazio e Roma era quello dei Boney M. Su tutti ricordo Brown Girl in the Ring e Rivers of Babylon. In quegli anni c’era molta meno fantasia, i cori delle curve erano gli stessi per tutti, ovviamente cambiava il soggetto. Tornando alla Carrà noi come Irriducibili facemmo il coro sulle note di Tuca Tuca. Addirittura nel ‘90, nell’anno che giocammo al Flaminio a causa dei lavori all’Olimpico, capitava che durante le gare e senza motivo partissero dei cori che inneggiavano proprio a Raffaella Carrà. Gli irriducibili introdussero un nuovo modo di fare il tifo, in questa novità c’erano delle icone come la Carrà. Per concludere Raffaella Carrà è divenuta con la sua elegante allegria una delle muse ispiratrici per i cori goliardici della curva.”

Cosa significa “un nuovo modo di fare il tifo”?

“Intanto abbiamo man mano abolito i tamburi, cercando di dare vivacità al tifo con dei cori a strappo visto che in precedenza i cori delle curve erano delle vere e proprie cantilene, lunghe e monotone. Pensate che la “potenza” di una tifoseria si misurava dalla quantità di tamburi. L’intento nostro era quello di fare un tifo goliardico in stile inglese. Un altro cambiamento ha riguardato gli striscioni. Seguendo sempre i supporters britannici abbiamo tolto dalla curva quegli striscioni lunghi 50 metri, che spesso avevano dietro pochissime persone, introducendo le cosiddette “pezze”. Ricordo ancora che i romanisti ci prendevano in giro chiamandole “panni stesi”. Un’altro obbiettivo principale era quello di far battere le mani a tutti perfettamente a tempo così da sostituire il suono dei tamburi con il battimani cadenzato. Ancora oggi noi italiani facciamo spesso fatica a coordinare il tempo delle mani alla vocalità delle parole durante i cori. Da questo punto di vista siamo ancora indietro rispetto agli inglesi, persino in altri paesi europei sono più bravi di noi sotto il punti di vista ritmico.”

Con gli Irriducibili da sempre?

“Nasco nella sede degli “Eagles Supporters” in via Simone de Saint Bon, ma essendo molto amico di Antonio “Grinta”, il fondatore degli Irriducibili, sono sempre stato aggiornato circa la nascita del nuovo gruppo. Dopo circa un anno e mezzo dalla nascita degli Irriducibili lasciai gli Eagles per passare tra le fila dei ragazzi di Mr. Enrich.”

Come hai vissuto gli anni di piombo da giovane tifoso biancoceleste?

A quell’epoca contava molto la politica, in curva e non solo, erano gli anni di piombo. Provengo da una famiglia di destra. La politica, più che viverla l’ho, in un certo senso,  subita. A casa mia, si dormiva con l’estintore vicino alla porta, c’era il pericolo che dessero fuoco alla casa. In quegli anni le idee si difendevano e ci si doveva per forza esporre con tutti i rischi e le conseguenze che ne seguivano.” 

Lo spirito “Irriducibile” c’è ancora oggi nonostante il gruppo si sia sciolto?

“Senza dubbio c’è la consapevolezza che il laziale è differente per indole. I ragazzi della Lazio diventano laziali per scelta. Tutti da piccoli andiamo alla ricerca delle nostre origini. Chi nasce laziale nasce consapevole di dover portare avanti una tradizione. La Lazio è la prima squadra di Roma, anche se scontata, questa cosa è impossibile non tenerne conto. Rappresenta l‘eredità più bella che abbiamo.  Credo che il tifo Ultras della Lazio sia cresciuto negli anni grazie all’ordine ed alle regole che il gruppo esigeva ed imponeva. Nella curva sud dove questo ordine non c’è mai stato, dove ognuno voleva comandare, il tifo organizzato non è mai cresciuto alla nostra stregua.”

Come è stato il ritorno allo stadio post Covid-19? Come si vive la nord al tempo della pandemia?

“Tutto sommato un ritorno piacevole e sempre emozionante dopo un lungo periodo di assenza. Ci sono però cose difficili da capire: stiamo tutti vicini come prima, non c’è differenza, dal punto di vista del distanziamento, rispetto a prima. Cambia il fatto che i ragazzi del gruppo, che generalmente stazionano nella zona bassa del settore, hanno ricevuto delle multe dalla Polizia per essersi appoggiati alle vetrate.Una punizione a mio avviso troppo severa e soprattutto inutile ai fini sanitari e dell’ordine pubblico.” 

Perché la gente non va più allo stadio? E’ colpa degli orari delle gare?

“Gli orari non c’entrano nulla per me. Siamo sempre gli stessi sia il venerdì sera che la domenica pomeriggio. Chi vuole andare, se veramente lo vuole, trova sia il modo che il tempo di esserci. Ovviamente non parlo di chi non può seguire la Lazio dal vivo per mille e valide ragioni, ma solo per chi potrebbe ma preferisce seguirla in modo diverso. E’ una questione di priorità, ad esempio per me la Lazio è una priorità, se serve faccio volentieri delle rinunce preferendo la Lazio ad altri svaghi o interessi. Non è possibile che in una città grande come Roma, con quasi tre milioni di abitanti, di cui un milione almeno parla di calcio tutto il giorno, non ci siano sessantamila persone che vanno costantemente allo stadio la domenica. Questo vale sia per la Roma che per la Lazio.”

Negli anni novanta c’era la fila per fare la tessera degli Irriducibili, oggi gli ultras vengono trattati con distacco, perché?

“Tessera o no c’è bisogno della presenza allo stadio e nelle occasioni dove il gruppo chiama a raccolta. Alla gente piace vedere la partita in TV. E’ questo il vero motivo perché gli stadi sono vuoti. Quando le partite in TV non le davano gli stadi erano sempre pieni a prescindere dalla categoria. Non dobbiamo giudicare chi non viene allo stadio, ma da fastidio chi si proclama tifoso sfegatato e poi vede le partite dal divano.”

Il Flaminio potrebbe diventare la casa della Lazio, che cosa rappresenterebbe?

“Sembra che la palla sia in mano al presidente Lotito per le sorti del Flaminio. Ora tra la tifoseria e la dirigenza biancoceleste c’è indifferenza. Sicuramente  non c’è collaborazione è vero, ma nemmeno attrito. Personalmente credo che se Lotito riesca ad adottare il Flaminio sarebbe un passo gigantesco della società verso la tifoseria. Tornando al discorso delle tradizioni da portare avanti, veder giocare la Lazio al Flaminio, significherebbe tornare nella casa dove per tantissimi anni si è costruita la storia di questa gloriosa Società.

Antonio Frateiacci

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