Alen Boksic: “Basta bugie: a Dortmund fuori per un’infiltrazione”

Classe, forza fisica, tecnica e carisma. Alen Boksic è stato uno degli attaccanti più forti mai visti in Italia negli anni novanta. Con le sue progressioni era in grado di spaccare in due le difese avversarie. Con i suoi scatti, i dribbling e le sue accelerazioni era una spina nel fianco per i difensori. Con l’Olimpique Marsiglia ha portato a casa una Champions League. Con la Juventus uno scudetto e una Coppa Intercontinentale, ma la sua esperienza più lunga, felice e duratura l’ha vissuta nella capitale, sulla sponda biancoceleste del Tevere. Con la Lazio è esploso, diventando il partner ideale di Beppe Signori. Anche grazie ai suoi movimenti, il bomber bergamasco è stato capace di realizzare valanghe di gol. L’avventura di Alen Boksic alla Lazio inizia a novembre del 1993, in anticipo rispetto agli accordi tra Cragnotti e Tapie, presidenti di Lazio e Marsiglia. “Lazio e Olympique Marsiglia si erano già accordate: sarei dovuto arrivare a Roma la stagione successiva, ma dopo la squalifica dei francesi in Coppa Intercontinentale, arrivai a Roma in anticipo” ha detto nello speciale realizzato da Il Cuoio con il Corriere dello Sport.

Su Alen Boksic esistono due leggende metropolitane, che a distanza di anni è lo stesso attaccante a chiarire in modo definitivo. La prima riguarda la trasferta di Dortmund. Siamo nei quarti di finale di Coppa Uefa, stagione 94-95. A metà della ripresa e sul risultato di 1-0 per i tedeschi (stesso parziale dell’andata) Boksic lascia il campo e corre dentro gli spogliatoi, dove resta circa sette minuti, lasciando i compagni in inferiorità. Su cosa sia successo in quei minuti si è detto e scritto di tutto: bisogni fisiologici impellenti, screzio con l’allenatore, problemi fisici e altre decine di ipotesi. L’attaccante croato, a distanza di oltre 27 anni, chiarisce una volta per tutte cosa sia successo. “L’ho spiegato mille volte. Avevo una caviglia gonfia, ma sono sceso in campo. All’intervallo ho chiesto un antidolorifico, ma il dottore mi ha detto di evitarlo e che giocando sarei stato meglio. Se hai dolore la facciamo in un attimo, mi disse. Ad un certo punto non ce la facevo più e ho fatto segno alla panchina di preparare la puntura. Purtroppo ci volle un po’ più di tempo e sono rimasto fuori quasi sette minuti. Molti pensano sia una cazzata, ma è andata così”.

Sei anni dopo, il 9 aprile del 2000, la Lazio in piena corsa scudetto, ospita il Perugia. Nelle formazioni ufficiali lette dallo speaker dello stadio Olimpico, figura il nome di Alen Boksic. Ma quando i biancocelesti entrano in campo, i tifosi vedono che al suo posto c’è Fabrizio Ravanelli. Leggenda narra che l’attaccante si sia rifiutato di scendere in campo a causa di una maglia troppo stretta. “Questo è vero. Oggi la moda è cambiata e le maglie sono strette, ma all’epoca le divise erano larghe e comode. Per la prima volta in quella gara ci portarono maglie strettissime. L’ho messa e non mi stava per niente bene: così mi sono lamentato. Eriksson mi disse: questa è la maglia. Vuoi giocare? Io stupidamente risposi di no. E mi lasciò fuori”.

Con la Lazio vince uno scudetto: “Una grande soddisfazione, soprattutto per me che avevo iniziato quel ciclo. Un percorso straordinario. La Lazio iniziò comprando giocatori importanti come Favalli e i tre campioni under 21, poi ogni anno un pezzo più importante. Nelle ultime due stagioni era diventata una squadra capace di dominare in Italia e in Europa”

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