Sarri, il profilo dell’antijuventinismo

Tutto iniziò sulla panchina dello Stia, in seconda categoria. Solo Castori, fra i tecnici italiani capaci di raggiungere la Serie A, ha fatto la sua gavetta, pur senza arrivare così in alto. Sarri ha allenato il Sansovino (Coppa Italia Dilettanti), poi Pescara, Empoli, Napoli, Chelsea e la Juve, la scelta sbagliata. Nonostante lo scudetto, finora l’unico della sua carriera. Sbagliata – scrive il Corriere dello Sport – perché Sarri non ha mai amato la Juve e la Juve non si è mai avvicinata al pensiero di Sarri. Il tecnico e’ stato (e ora, da laziale, potrebbe tornare ad esserlo) il simbolo dell’anti-juventinismo. Lo era già a Empoli, lo è diventato ufficialmente a Napoli. Eppure alla Juve ha fatto delle cose lontane anni luce dal suo modo di essere e di pensare. Quando ha preso la barca per andare a convincere Ronaldo, che stava solcando i mari a bordo del suo panfilo, ad accettare il ruolo di centravanti è stato l’inizio della sua fine. Non c’entrava nulla con la Juve. E chissà quanto si è mangiato il fegato quando ha sentito Orsato che in tv ammetteva l’errore sulla mancata espulsione di Pjanic in quel famoso Inter-Juve. Avesse vinto quello scudetto alla guida del Napoli, sarebbe cambiata la sua carriera (comunque prestigiosa) e forse anche l’ultima parte della storia del calcio italiano. 
Sarri rimette il gioco in cima ai suoi pensieri. A Formello dovrà iniziare da zero sul piano tattico, ma la qualità (se la parte migliore dell’organico non verrà toccata) non gli manca. Aveva fatto dell’Empoli la squadra più bella del campionato giocando col rombo, ha dato al Napoli una luce fantastica col 4-3-3, ha impressionato col Chelsea e ora, dopo la parentesi juventina, ci riprova con la Lazio. Che è già abituata a giocare bene: sotto questo aspetto ritroverà una squadra allenata

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