“Lei mi entri in campo e mi marchi Maradona”

Così Juan Carlos Lorenzo disse al giovane Ernesto Calisti durante un Lazio-Napoli. La storia di chi, a diciannove anni, è chiamato a marcare il più forte giocatore del mondo. E riesce a non fargli toccare palla.

Quattordici ottobre 1984. Il Napoli di Maradona contro una delle Lazio più in difficoltà nella sua storia. Juan Carlos Lorenzo ha sostituito in panchina Giancarlo Morrone, ma non riuscirà a portare in porto una nave che fa acqua da tutte le parti. La gara dell’Olimpico è una delle poche prodezze realizzate in quella stagione. I biancocelesti affrontano i partenopei senza timori reverenziali e passano in vantaggio con Vincenzo D’Amico. Maradona è controllato da Fonte, giovane difensore che non sfigura. Ma ad inizio secondo tempo arriva la prodezza del campione: stop di petto, uno due volante con Bertoni e gol. Lorenzo si gira in panchina e si rivolge al giovane Ernesto Calisti, promettente difensore proveniente dal vivaio. “Mi entri in campo e mi marchi Maradona” le parole del tecnico che abitualmente dava del lei ai suoi giocatori. “Avevo diciannove anni e forse la giovane età – ricorda Calisti ai microfoni di Radio Incontro Olympia – mi aiutò. Fossi stato più grande forse avrei avuto più apprensione. Invece un pò l’incoscienza e un pò la sfrontatezza, mi permisero di giocare senza alcun timore. E andò bene”.

Pronti via e subito protagonista. “Fu decisivo il primo intervento. Diego naturalmente non mi conosceva, non sapeva che ero molto veloce e allora provò ad allungarsi il pallone di testa per superarmi; io riuscii a superarlo in velocità e passai all’indietro a Nando Orsi. Un intervento che fu accompagnato dall’ovazione dello stadio Olimpico. Da li guadagnai fiducia ed andò tutto benissimo. Anche Casarin, l’arbitro, mi fece i complimenti ad ogni intervento pulito su di lui. A fine gara pareggiammo e Diego Maradona si avvicinò per complimentarsi. Anche perchè era abituato a prendere botte di ogni tipo mentre io giocai abbastanza pulito. Fu tutto molto bello: l’ingresso in campo, i complimenti di Maradona, gli applausi del pubblico. Un momento che non dimenticherò mai”.

Il gol probabilmente sarebbe venuto egualmente, però è un fatto che da quando è entrato in campo Calisti, anche Dieguito è scomparso e in campo è rimasta la Lazio a cercare una vittoria ben possibile. 

LA STAMPA 15/10/1984

Diego si prese la rivincita nella gara di ritorno. “Ci fece tre gol uno più bello dell’altro. Era un campione eccezionale e un signore in mezzo al campo. Prendeva botte e ripartiva. Di una correttezza unica. Un grande anche da avversario. Mai una simulazione, mai una protesta esagerata, mai scenate. Fuori dal calcio non ha fatto una vita da professionista, chiedendo troppo al suo fisico e l’ha pagata cara, ma in campo nulla da dire. Eccezionale”.

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