Dario Marcolin, “il sinistro di Dio”

Uno scudetto, una Supercoppa Europea, una Coppa delle Coppe, due Coppe Italia e due Supercoppe italiane. Questo il palmares che alla fine della sua esperienza laziale può vantare Dario Marcolin. Uno dei tre gioielli acquistati da Sergio Cragnotti dalla Cremonese nell’estate del 1992: otto stagioni nella capitale, intervallate da qualche prestito in giro per il mondo e la soddisfazione di aver visto la squadra biancoceleste crescere e stabilizzarsi nell’Olimpo del calcio italiano. “Ma l’inizio non fu certamente semplice. Arrivai insieme a Giuseppe Favalli e Mauro Bonomi l’estate del 1992. Fummo i primi acquisti di Sergio Cragnotti che stava entrando con prepotenza nel mondo del calcio. Venimmo catapultati in un altro mondo. Una città grande, una squadra dove non puoi sbagliare. Eravamo giovanissimi e all’inizio pagai l’adattamento”.

Quando arriva nella capitale trova ad accoglierlo Dino Zoff. “Più che un allenatore un mito. Un padre, una sorta di figura mitologica. Lo stavi ad ascoltare convinto che avesse sempre ragione. Un uomo di grande spessore, di poche parole, ma di sostanza. So che quando la Lazio ci acquistò lui chiese un giudizio a Giagnoni, allenatore della Cremonese e suo grande amico”.

Marcolin esordisce in prima squadra, ma dopo poche partite è costretto a fermarsi. “Mi infortunai, stetti fermo quattro mesi e tornai solo nel finale, quando riuscimmo a qualificarci in Coppa Uefa. L’anno dopo iniziai con la Lazio, ma ad ottobre andai in prestito a Cagliari. Fu un anno molto formativo”. La stagione successiva torna a Roma, fa il ritiro agli ordini di Zeman, poi passa al Genoa. “In quei due anni sono cresciuto come uomo e calciatore. Ho giocato titolare più di settanta gare in serie A, ho vinto l’europeo Under 21 con la fascia di capitano. Quando tornai a Roma ero deciso ad impormi con la Lazio”.

E fu proprio così: Zeman lo lancia nel blocco dei titolari e per Dario Marcolin inizia una nuova era. “Il gioco di Zeman era perfetto per le mie caratteristiche. Ero lento, ma facevo girare velocemente il pallone e da centrale riuscii a diventare una pedina importante in quella Lazio”.

Ma la vera esplosione arriva con Sven Goran Eriksson. “Il tecnico svedese mi chiamava il sinistro di dio. Apprezzava le mie qualità e mi diede fiducia in una Lazio piena di campioni. Tra ottobre e dicembre del 1997 ho vissuto il mio momento magico: giocai titolare con continuità e rinnovai il mio contratto”.

Dario Marcolin, alla Lazio dal 1992 al 2000

Nove novembre 1997, contro la Sampdoria allo stadio Olimpico il primo gol. “Beppe Signori era in panchina e da li a poco avrebbe lasciato la Lazio. Mancini, che per la prima volta affrontava da avversario la Sampdoria si rifiutò di battere il rigore che si procurò. Io in allenamento calciavo sempre dal dischetto ed Eriksson non ebbe dubbi a farmi tirare. Due settimane dopo feci il bis in casa della Juventus”.

A fine stagione Dario Marcolin gioca 31 partite e alza al cielo la Coppa Italia. L’anno dopo è in campo a Torino nella sfida che permette alla Lazio di alzare al cielo la Supercoppa Italiana. Esordisce in Coppa delle Coppe, poi a novembre la chiamata del Blackburn Rovers. “Fu una grande occasione. Il Blackburn aveva vinto la Premier l’anno precedente ed aveva campioni del calibro di Shearer. Per me non fu facile lasciare la Lazio, ma l’esperienza inglese è stata molto importante”.

Torna nella capitale l’estate del 1999 e si laurea campione d’Italia con la maglia della Lazio. “Quell’anno ho giocato in Coppa Italia e in Champions League. Eravamo la squadra più forte d’Europa ed aver partecipato con quel gruppo è stata una grande soddisfazione”. Con una ciliegina sulla torta. “Il gol in Champions League nella trasferta di Kiev. Forse il momento più bello. Una grande soddisfazione, al termine di un’avventura importante. Per me la Lazio è stata una famiglia, la mia strada di vita. Ancora oggi quando mi incontrano in giro per l’Italia mi dicono: ma tu sei Marcolin, quello che vinceva con la Lazio”.

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